miércoles, 31 de octubre de 2012

Reportage Uruguay: Pepe Mujica, il Presidente che il mondo vorrebbe

Adriana Bernardotti (Buenos Aires)
In questi tempi di reazione, mentre in Europa avanza la controriforma delle principali conquiste sociali e cala l’oscurantismo su diritti civili acquisiti da tempo, stupisce anche a noi – che viviamo la primavera progressista sudamericana – il fatto di poter celebrare che uno dei paesi dell’area abbia finalmente promulgato una legge che consente la pratica dell’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie, un rimedio imprescindibile di fronte alla strage di donne che provoca ogni anno l’aborto clandestino in Sudamerica. L’Uruguay è diventato questa
settimana il secondo paese in America Latina, dopo Cuba, ad avere una legge sull’aborto.
In tempi di antipolitica globale, alimentati dai ripetuti scandali di corruzione che coinvolgono partiti e figure pubbliche in tutto il mondo, è sorprendente il fatto che un leader politico di un piccolo paese di 3,5 milioni di abitanti, con un trascorso di guerrigliero, sia guardato come il modello di governante ideale da milioni di persone di diverse ideologie, non solo nei paesi vicini ma anche in altri continenti. E’ il curioso caso del Pepe Mujica, il Presidente dell’Uruguay.

La legge sulla depenalizzazione dell’aborto promulgata dal presidente José Mujica martedí scorso e approvata dal Parlamento uruguaiano il 17 ottobre, arriva dopo forti compromessi politici e memore dei diversi tentativi falliti precedenti, tra cui la proposta approvata alle Camere nel 2008, sulla quale il precedente presidente Tabaré Vázquez, anche lui dell’alleanza di sinistra del Frente Amplio, aveva posto il veto per ragioni di coscienza. Il movimento delle donne mette in discussione i troppi condizionamenti a cui saranno sottoposte le donne per accedere al diritto a interrompere una gravidanza entro la dodicesima settimana senza incorrere in reato penale, il che in ogni caso rimane in vigore in tutti gli altri casi o per chi non seguisse il macchinoso percorso stabilito dalla legge (comparire davanti a una commissione interdisciplinare, riflettere sulle alternative all’aborto, ecc ecc).
Comunque sia, la nuova norma è rivoluzionaria nel panorama latinoamericano – dove si registra secondo la OMS, il tasso di aborti più alto del mondo -, se ricordiamo ad esempio che Dilma Roussef, ai tempi in cui era candidata presidenziale, aveva dovuto abiurare al suo precedente sostegno alla legalizzazione dell’aborto. O se pensiamo alle condizioni allarmanti dell’Argentina, dove le complicazioni dovute ad aborti clandestini sono la prima causa di morte materna; al contempo diversi progetti dormono in Parlamento (con l’acquiescenza della maggioranza di governo, che non vorrebbe compromettere alla Presidente Cristina Kirchner in un tema sul quale ha dichiarato già la sua opposizione).
Malgrado il paese sia stato oggetto di osservazioni di organizzazioni internazionali come il Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Uniti, neanche è garantita l’applicazione di una norma del 1922 del Codice Penale che autorizza l’interruzione volontaria di gravidanza nei casi di violazione di “donna idiota o demente” o di “pericolo di vita per la madre che non può essere evitato tramite altri mezzi”, come dimostrano i ricorrenti accadimenti di questo tipo sui quotidiani.
A livello regionale, l’Uruguay ha un’antica tradizione di paese pioniere nel terreno dei diritti civili e politici. Nel 1913 è stata la prima nazione in America Latina ad approvare il divorzio, nel 1927 la prima ad introdurre il voto femminile nel Sud America; nel 2007 sono state riconosciute le unioni civili di coppie omosessuali, due anni dopo sono state autorizzate le adozioni e attualmente è in Parlamento un progetto di legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso (vigente già in Argentina dal 2010). In ogni caso, il Presidente Mujica si è impegnato personalmente soprattutto in un’altra crociata, molto più rischiosa: quella di regolamentare la commercializzazione e il consumo di marijuana sotto il controllo dello Stato.
Il Potere Esecutivo ha presentato al Parlamento lo scorso mese di maggio un disegno di legge che, con la premessa di “ridurre i rischi e i danni potenziali a cui si espongono coloro che usano la marijuana per attività ricreative o medicinali”, e considerando “il miserabile fallimento” delle politiche proibizioniste in tutto il mondo, si propone un “quadro normativo volto a regolamentare il mercato della cannabis”. Il dibattito, che tra le varie proposte oggetto di analisi, contempla la costituzione di registri di produttori e consumatori, la creazione di cooperative di produzione, l’autoproduzione, ecc., dovrebbe concludersi entro dicembre.
Tuttavia, non è esclusivamente per questi temi che “il Pepe” è diventato subito popolare nei paesi vicini, a cominciare dall’Argentina. Il franco miglioramento nei rapporti diplomatici tra entrambe nazioni, dalla sua assunzione a presidente nel 2010 – in tensione troppo tempo a causa del conflitto sorto con l’istallazione delle cartiere Botnia sulla costa uruguaiana e i timori argentini sul potenziale inquinamento del rio Uruguay che pone anche a rischio gli interessi dell’industria turistica – ha creato le condizioni iniziali.
Il nuovo indirizzo nella politica estera uruguaiana, in ampia sintonia con i soci maggiori, Brasile e Argentina, nel Mercosur, assumendo un ruolo attivo in Unasur, avvicinandosi a Hugo Chavez, e mettendo fine alle aperture del suo predecessore e compagno di partito T. Vazquez verso un accordo di libero commercio con gli Stati Uniti, ha situato al presidente Mujica sotto i riflettori dello scenario regionale, permettendo al gran pubblico di scoprire le caratteristiche peculiari di una personalità che subito è stata acquisita come motivo d’interesse per la stampa delle più diverse tendenze.
Mujica rappresenta la controfigura di tutti i mali che si addossano ai politici professionali. Il presidente“più povero del mondo”, recitano un’infinità di editorialisti che pubblicano note che si soffermano sulla sua umiltà e semplicità nei confronti dei politici e governanti locali.  La stampa di Buenos Aires, appena dall’altra parte del grande fiume, non perde occasione per ritrarlo nei suoi gesti di rinuncia ai privilegi della sua carica: Mujica che dona il 90% dello stipendio presidenziale per aiuto sociale e vive con 1.250 dollari al mese; il Presidente, d’origine piemontese di parte materna, come un umile contadino nella piccola fattoria di Rincón del Cerro dove abita con la sua moglie Lucia Topolansky, senatrice della Repubblica; la coppia nella loro macchina vecchia del ’87 percorrendo la città con l’unica custodia di una cagna zoppa. O nei numerosi aneddoti sui suoi quotidiani comportamenti: Mujica che si taglia il naso quando si mette a inchiodare una lamina di zinco del tetto del vicino volata via durante l’ultimo temporale; il presidente, comprando un copri-water nel negozio di idraulica e ferramenta…
L’immagine di Mujica come il modello del politico che tutti vorrebbero, attraversa continenti. Una nota pubblicata nella rivista inglese Monocle, lo scorso mese di agosto, esordiva dicendo: “Contrariamente alla credenza popolare, il miglior leader del mondo non è Barack Obama. Mi dispiace per i tedeschi, ma non è nemmeno Angela Merkel. François Hollande? Non ha nessuna possibilità. Il miglior capo di stato di questi giorni è José Mujica, presidente dell’Uruguay “. (“South America’s unsung political hero”, by Santiago Rodriguez Tarditi, 9/8/2012).
Con leggerezza si sorvola sulla storia personale o i connotati politici dell’uomo che in passato si è impegnato nella lotta armata rivoluzionaria ed è stato tra i principali dirigenti del Movimento di Librazione Nazionale-Tupamaros; il militante che è stato ferito in scontri armati e vissuto quasi 15 anni nelle carceri della dittatura militare, tra il 1972 e il 1985 in condizioni particolarmente dure – due anni in isolamento in un pozzo -, essendo componente del gruppo denominato degli “ostaggi” che la dittatura avrebbe fucilato nel caso la loro organizzazione avesse ripreso le azioni armate.
Liberato con l’amnistia decretata nel 1985 dal ripristinato Parlamento uruguaiano, aderisce assieme ad altri compagni all’alleanza di sinistra Fronte Amplio (FA) per proseguire la battaglia politica nel risorto sistema democratico dei partiti. Nel 1989, assieme ad altre forze di sinistra, promuove la corrente interna “Movimento di Partecipazione Popolare” (MPP); nel 1995 diventa il primo deputato dei Tupamaros ed è eletto senatore; nel 2005 il suo partito risulta il più votato dentro il FA e lui diventa Ministro dell’Agricoltura del primo governo del FA di Tabare Vazquez e candidato naturale alla successione.
Mujica attraversa adesso la seconda parte del suo mandato e ci sono alcuni segnali preoccupanti che fanno temere in un logoramento della sua forza di propulsione politica. Almeno questo dicono i sondaggi, mostrando che oggi il Pepe è più popolare fuori che dentro l’Uruguay.
Nonostante le simpatie che suscita la sua figura, aumentano i giudizi negativi sulla gestione e i sondaggi locali fanno emergere questa differenza. Secondo un’inchiesta la maggioranza degli uruguaiani (79%) considera che il governo di Mujica è “ben orientato” in quanto agli obiettivi che si prefigge nella politica, tuttavia quando devono analizzare la “gestione di governo” il 72% la considera cattiva (Factum, marzo 2012). Un altro sondaggio recente segnala che solo il 36% approva i risultati del governo, quando i valori avevano raggiunto il 75% all’inizio della gestione (Cifra, sett. 2012).
Anche se gli indicatori economici e sociali mostrano un paese stabile e in crescita, è innegabile il cambiamento di umore politico e un certo stato di delusione. I successi dei governi del Frente Amplio sono storici: l’Uruguay registra il tasso di disoccupazione minore della sua storia (6,3%), ormai di carattere strutturale, esibisce un record di persone occupate (60% della PEA), un incremento costante delleesportazioni e delle riserve del tesoro, un deficit contenuto, così come l’inflazione (8%). D’altra parte si evidenza una diminuzione molto significativa del numero delle persone indigenti e dell’indice di povertà, che è calato dal 31,9% del 2004 al 14% alla fine dello scorso anno. Simultaneamente e specialmente durante il Governo Mujica, sono stati potenziati i programmi di assistenza sociale, di cui oggi fruisce il 43,6% della popolazione, mentre prima raggiungeva solo il 15,4%.
L’insicurezza, come succede un poco dappertutto, appare come il principale motivo di scontento. Una serie di episodi criminali ha commosso la quiete provinciale di un paese fino poco fa tranquillo e sicuro. In diversi casi si tratta di vicende legate al narcotraffico, che sta mettendo piede nel paese per usarlo anche come trampolino per l’esportazione di droghe verso l’Europa, con l’ effetto parallelo di una forte diffusione del consumo interno. Questo spiega anche la premura di Mujica per avviare la sua rivoluzionaria politica in materia.
I critici segnalano in secondo luogo altri problemi, come il deterioramento del sistema educativo e i ritardi nella politica abitativa, nonostante le azioni intraprese dal Governo su questi due fronti. Il presidente inoltre ha dovuto fare fronte a un duro conflitto con i sindacati della funzione pubblica e ad una crescente scontrosità dentro al proprio partito di centro-sinistra al governo.
Forse è proprio lì la difficoltà principale della sua gestione. Gli analisti riconoscono la capacità inesauribile di Mujica nel proporre nuove idee – la riforma dello Stato, della politica ferroviaria, le partnership pubblico-private, ecc. – ma un’estrema difficoltà a concretizzarle, in gran parte a causa dei freni posti dalla sua stessa forza politica, con il risultato di scarsa efficacia nella gestione.
Un segnale inequivocabile delle difficoltà del Presidente è stata la sconfitta della sua corrente nelle elezioni interne per la Presidenza del Fronte Amplio del maggio scorso a favore della candidata del settore socialista (centro) guidato da Tabaré Vázquez. Guadagnano posizioni anche i sostenitori della linea del Vicepresidente Danilo Astori, lo stesso che come Ministro di Economia di Tabarè Vazquez aveva sostenuto un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti e che recentemente aveva contestato la proposta di Mujica di un tributo sui latifondi costringendolo alla negoziazione.
Guidare gli equilibri interni al Fronte è diventato un compito difficile per il Presidente, con un settore fortemente orientato verso il mercato e a fornire garanzie agli investimenti esteri, che reclama di gestire in autonomia la politica economica.
La politica estera a livello regionale è l’altro terreno di scontro e gli oppositori interni non perdonano a Mujica di aver propiziato l’ingresso del Venezuela nel Mercosur, le sanzioni al Paraguay e una politica giudicata morbida verso l’Argentina. Le frizioni tra Mujica e il suo Vicepresidente hanno raggiunto il punto più alto giustamente dopo l’incontro del Mercosur del 29 giugno scorso a Mendoza (Argentina), che ha deciso l’ingresso del Venezuela. Astori ha espresso pubblicamente le sue critiche mediante una lettera dove segnalava che l’ingresso del paese bolivariano “è una ferita istituzionale molto importante, forse la più grave nei ventuno anni di esistenza del Mercosur”, rivelando anche che con il suo voto favorevole Mujica aveva preso una decisione personale contraria a quanto concordato previamente all’interno della compagine di governo. Il Presidente ha dovuto rispondere che nella sua decisione erano prevalse ragioni politiche sui ragionamenti giuridici; comunque i danni politici sembrano ormai inevitabili.
A questo si aggiungono adesso le intricate situazioni della bancarotta della compagnia aerea nazionale Pluna, una storia a varie tappe che include il crack della impresa brasiliana Varig con la quale era stata associata negli anni ’90, il disastro dell’assetto promosso dal governo di Tabaré Vázquez e il suo ministro Danilo Astori, che attraverso l’associazione con il Consorzio Leadgate Investement, con il 75% delle azioni, ha portato allo svuotamento dell’azienda e alla liquidazione del patrimonio disposta dal presidente Mujica in questi giorni. Una vicenda di cui vuole approfittare al massimo l’opposizione e che pone un’ipoteca sul futuro politico dell’insieme del Fronte Ampio. 


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